domenica 4 febbraio 2018

Marianne Liebe Brandt, la designer del Bauhaus che inventò la Kandem

Autoritratto, 1929
Il nome di Marianne Liebe Brandt forse ai più non dirà nulla, ma gli oggetti che ha creato quasi un secolo fa sono conosciuti un po' da tutti, se non altro perchè sono molto usati ancora oggi. Si tratta di pezzi di design diventati icone (gli originali sono nei musei, come il British ad esempio), nuovi tipi di apparecchi per l'illuminazione progettati a Dessau negli anni Trenta e destinati a rimanere emblematici dello "stile Bauhaus": la lampada da soffitto a globo, quella a parete con braccio orientabile, quella a saliscendi - per citare i modelli più famosi - e quella da comodino Kandem che quest' anno compie novanta anni. Prodotta dalla Korting&Mathiesen di Lipsia, la Kandem di Marianne, essenziale e compatta, rappresenta la sintesi dell'idea stessa di lampada.

giovedì 1 febbraio 2018

Frida Kahlo bocciata in fotografia da Tina Modotti

Una delle poche foto di Frida
Chi l’avrebbe mai detto! Frida Kahlo, una delle più significative artiste dell’arte del Novecento bocciata dalla sua amica, amante, confidente la fotografa italiana, Tina Modotti. Ovviamente non in pittura, ci mancherebbe altro. Ma proprio in fotografia: per la scelta dei soggetti, le inquadrature, la luce. Frida si impegnava, scattava, osava e chiedeva lumi alla compagna che con grande disponibilità dispensava consigli su cosa e come fotografare. Del resto per la Kahlo, che era figlia di un fotografo, la macchina era uno strumento assolutamente familiare, ma sono pochissime le immagini che portano la sua firma. Una è il ritratto dell’amato nipote Carlos Veraza (1929), un’altra è il ritratto di uno dei cani che popolavano il giardino di Casa Azul, ma la più suggestiva è quella che mostra una bambola di pezza distesa su una stuoia, vicino a un cavallo al galoppo e un carretto di legno: una natura morta che allude all’incidente stradale in cui rimase coinvolta a diciott’anni e che segnò profondamente la sua vita e la sua arte.  Poi ce ne sono altre non firmate, ma che comunque per la cifra stilistica possono esserle attribuite. Tra queste gli edifici di New York ripresi dal basso, l’occhio di Rivera e lo scheletro fantoccio appoggiato di profilo che le servì molto probabilmente come modello per l’opera El Sueno del 1940.

mercoledì 24 gennaio 2018

Addio a Ursula K. Le Guin, la femminista anarchica che inventò la fantascienza

«Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall'ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande». Era il 2014 e a rileggerle ora queste parole - pronunciate subito dopo aver ricevuto la prestigiosa "Medal for Distinguished Contribution to American Letters" assegnata dalla National Book Foundation - suonano come il testamento morale di una delle più grandi scrittrici di tutti i tempi. Ursula Kroeber Le Guin è morta lunedì nella sua casa di Portland (Usa), all'età di 88 anni e se, come dicono, quando muore qualcuno di speciale il mondo è più povero, con la sua scomparsa il mondo sarà realmente orfano di una voce libera e forte.
Conosciuta per romanzi come La mano sinistra delle tenebre (1969) che racconta di un pianeta in cui gli abitanti non sono né maschi né femmine, ma assumono caratteristiche di entrambi i sessi nei periodi riproduttivi, Ursula K. Le Guin aveva applicato alla fantascienza e al fantasy le sue convinzioni femministe, anarchiche e radicali.

sabato 13 gennaio 2018

La "mostra sospesa" dal golpe di Pinochet riappare a Bologna

Quell’11 settembre 1973 era tutto pronto al Museo Nacional de Bellas Artes di Santiago del Cile. Due giorni dopo si sarebbe dovuta inagurare la mostra dedicata ai tre grandi della pittura messicana: Gabriel Orozco, Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros. Gli inviti spediti, le 169 opere montate e il curatore Fernando Gambo davvero soddisfatto: a tagliare il nastro l’indomani sera ci sarebbe stato il presidente Salvator Allende in persona a testimonianaza di solidarietà e amicizia con il Messico finalmente arrivato alla democrazia dopo una sanguinosa rivoluzione. Avrebbe dovuto essere un giorno di festa davanti ai murales, nuovo simbolo di espressione popolare e della libertà conquistata. E invece no. Alle 9,10 del mattino, assediato dall’esercito guidato dal generale Augusto Pinochet, dal suo ufficio al palazzo della Moneda il presidente Allende via radio pronunciava le ultime parole prima di togliersi la vita: «Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento».

venerdì 12 gennaio 2018

Che cosa è una casa? Chi la vive? Chi non ce l'ha? 999 domande sull'abitare

Cosa fa il tuo animale domestico quando non ci sei? Nell’ascensore del tuo palazzo si fanno incontri interessanti? E ancora: cosa abitiamo? Può l’ufficio essere una casa? Il nostro corpo è la nostra prima casa? Ti piacerebbe che a casa tua passasse il mondo?
Queste sono solo alcune delle riflessioni alle quali è sollecitato il visitatore della mostra che inaugura oggi in Triennale. “999. Una collezione di domande sull’abitare contemporaneo” è infatti una rassegna d’architettura unica nel suo genere: è piuttosto una grande indagine sul concetto di casa, sul senso di dimora a cavallo tra il mondo fisico e quello digitale; è un viaggio attraverso i nuovi immaginari che trasformano le nostre esistenze. Una mostra - ci tiene a specificare il curatore Stefano Mirti - dove è vietato non toccare, uno spazio di conversazione, arricchimento, scambio. Così il visitatore entra letteralmente nella casa di un futuro che è già diventato presente spostandosi da un ambiente all’altro e interagendo in prima persona con tutta una serie di nuovi modi di abitare. «A un certo punto», spiega Mirti, «mi è venuta questa idea un po’ particolare, strana di trasformare un piano della Triennale in una casa. Per essere precisi casa mia. Una casa “mia” che un secondo dopo diventa casa “nostra”. Una casa costruita assieme ad amici e colleghi, dove conosere nuove persone e ospitare nuovi compagni. Raccontare e ascoltare storie, condividere esperienze. Capire. Fare. Se volete venire a trovarci noi ci siamo. Tutti i giorni, per tre mesi: incontri, performace, residenze, workshop, installazioni, laboratori. E altro, che ancora non sappiamo».
Innumerevoli sono infatti gli spunti di conoscenza, intrattenimento e riflessione che vengono proposti. La narrazione, che si apre con un’installazione immersiva realizzata insieme a Edison, si snoda attraverso le nuove declinazioni del “fatto in casa”, la manifattura digitale, la casa vista da un malato di Alzheimer, affrontando anche l’idea di abitare di chi la casa non ce l’ha e le nuove abitudini, come il co-housing che si sovrappone al co-working.
Di grande interesse il concetto di “abitare pop” sviluppato dagli studenti di social design e fotografia di Naba sulle case popolari: «Popolare», spiegano, «è aggettivo e verbo, è condizione e azione. A differenza di altre tipologie insediative le case popolari rappresentano un colossale dispositivo di scambio, di racconti, di esperienze, di persone». Ecco allora i citofoni ai quali suonare per farsi raccontare una storia, o i telefoni che squillano ai quali rispondere o le cassette della posta da aprire per trovare una ricetta. «Per come la vediamo noi una casa popolare è fatta di tante abitazioni, ma in fondo è un’unica, grande casa».
Non meno importante il piccolo spazio (c'è solo un letto e le pareti di cartone tappezzate da fotografie) dove vengono raccontati alcuni progetti romani come il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz e l'Hotel Africa.
La mostra è uno spazio che si riempie secondo il principio dei vasi comunicanti e si avvale anche dei più popolari tra i canali di comunicazione: i social. L’invito a partecipare è infatti una call for action: si parte dalle domande dei curatori per allargare la collezione alle domande di chi segue Instagram, Fb, Twitter. Resterà aperta fino al 2 aprile 2018. Da vedere.